Compila il modulo per richiedere informazioni o un preventivo.

Struttura 
Nome 
Cognome 
Telefono 
E-mail 
Messaggio 
 

A completamento della scheda, in ordine alle finalità di trattamento e di raccolta dei dati ivi contenuti si informa che:
- i dati stessi sono trattati con sistemi informatici
- i dati sono destinati all'invio di ulteriori informazioni
- i dati possono essere comunicati ad organismi collegati e/o preposti alle singole funzioni di assistenza e consulenza tecnica indicate al punto precedente.
Dichiaro di aver liberamente preso atto che i dati personali richiestimi saranno utilizzati allo scopo di ricevere informazioni più specifiche sul servizio proposto. Prendo atto che mi è riconosciuto il diritto di conoscere, cancellare, rettificare, aggiornare, integrare, oppormi al trattamento dei miei dati personali nonchè esercitare gli altri diritti riconosciuti dagli artt.7, 10, 13 della legge 675/96 e che per far valere i miei diritti potrò rivolgermi al responsabile del trattamento:

Pietro Ciranda

Via Gandhi, 2 - Ispica (RG)
Tel. 0932.793878

 

PORTO ULISSE

La più antica testimonianza riguardante il nostro litorale, in particolare Porto Ulisse, è quella di Licofrone, tragico ed erudito greco del III a. C., che dice: “L'onda sicana che le sfrega intorno, proprio accanto al Pachino, traccia il segno sull'alto promontorio, a cui il figlio di Sisifo [Ulisse] in futuro darà il nome; santuario della Vergine Longatide, di eccelsa fama, nel punto in cui l'Eloro riversa la sua gelida corrente.” E dopo: “Lo scoglio insulare del Pachino avrà un cenotafio venerato di colei che è sepolta dinanzi alle correnti dell'Eloro, eretto dalle braccia del signore [ Ulisse ], a seguito di un sogno. Egli, atterrito dall'ira della Dea dai tre colli, poiché fu lui a lanciare il primo sasso della lapidazione, vicino alle rive, per la sventurata, farà le libagioni e offrirà le primizie del sacrificio ad Ade dei neri flutti”.

La localizzazione dei viaggi di Ulisse in Sicilia, nella “Trinacria, l'Isola del Sole”, come è detto più volte nell'Odissea, risale ad Esiodo (VIII sec. a. C.) che aveva raccolto questa tradizione, la quale nella seconda metà del sec. V è diffusa sia fra i Greci del continente che fra i Sicilioti, come confermano Tucidite, Euripide, Platone, Plutarco, Diodoro Siculo. Nella letteratura alessandrina, l'identità fra Sicilia e terra dei Ciclopi diventerà un luogo comune ed offrirà corso a sempre nuove elaborazioni, come quella appunto di Licofrone, secondo cui l'eroe avreppe approdato nel nostro promontorio vicino al Capo Pachino.

Giovanni Tzetze, nel XII sec. d. C., così commenta i citati due passi. “Ora bisogna parlare del Promontorio chiamato Odisseo. Ulisse nel Chersoneso per primo aveva gettato pietre contro Ecuba; errando in Sicilia fu atterrito in sogno e perciò costruì un tempio ad Ecate e un cenotafio a Ecuba. Ecate appare come spettro terrificante coi piedi in aria, attorniata da serpenti e mostruosa. Egli chiamò il promontorio col suo nome “Capo Odisseo”, mentre prima si chiamava “Cacra”; esso è vicino a Pachino. Al secondo passo citato così annota: “Scoglio insulare. E' il promontorio di Sicilia che chiamano Pachino, dove Ulisse eresse un cenotafio a Ecuba, essendo da lei atterrito durante le notti, perché, quando venne lapidata dai Greci, egli lanciò la prima pietra.”

“Dunque”, conclude Philip Cluver (Cluverio, 1619), “nel porto del promontorio di Ulisse ci fu un tempio dedicato a Ecate e il cenotafio di Ecuba; e da ciò si deduce la fama dello stesso porto.”

Molto importante è la possibile relazione etimologica fra Longatide e Longarini. Lo studioso modicano E. Ciaceri mette in relazione il culto di Atena Longatide, nel passo citato di Licofrone, col castello di Longone, nella costa catanese, al quale successe poi il cd. Porto di Lognina o Ognina, dove un tempo fu il porto di Ulisse, di cui parla Plinio. Ma secondo noi è assai più verosimile il legame fonetico-etimologico Longatide-Longarine-Longarini. Il nome del nostro pantano deriverebbe perciò dal soprannome della dea Atena; ma non ci sentiamo di escludere del tutto l'umile origine dal latino “longa arena”. Un'altra conferma dell'identificazione del sito è data dal nome “Cuba ” dell'altro pantano vicino al Longarini, dove il Fazello (1558), su una collinetta, dice di aver rinvenuto antiche rovine, comprendenti forse anche il cenotafio della moglie di Priamo; non pare infatti che ci possano essere dubbi che derivi da Ecuba.

C'è poi un altro possibile interessante riferimento dell'Odissea al nostro territorio. Lo storico Giambattista Caruso , nelle sue Memorie storiche del 1716 riguardo al “Capo di Marzo”, seguendo il Cluverio, così dice: “Conservasi invero per lungo tempo la memoria ed il nome di Ulisse in più luoghi della nostra Isola; poiché quel Promontorio che capo di Marzo oggi è detto si disse un tempo Promontorio di Ulisse e Porto di Ulisse ancora quel seno che è lì vicino; e quivi ancora è fama che fosse fabbricata da lui un altare e poscia un tempio alla dea Ecate.” Aggiunge poi:” “Né è inverosimile ancora che gli armenti del Sole sì celebri nella favola dell'Odissea fossero quelli del Contado di Modica , così vicino al porto e promontorio suddetto.”

LA NARRAZIONE OMERICA

Secondo il racconto che Ulisse fa dei suoi viaggi ai Feaci (Od. IX-X), la cui isola, Scheria, sin dall'antichità si identificò con Corcira. (Corfù) (G. De Sanctis), quando, al ritorno da Ilio, sta per doppiare il Capo Malea, un vento che viene da Nord lo respinge indietro lungo Citera (Cerigo): Al 10° giorno approda al paese dei Lotofagi (IX, vv. 103-133). Gli antichi lo collocavano sulle coste della Libia; talora invece nei pressi di Agrigento e Camarina., come pensano anche il Columba ed il Pace. I Greci gustano i germogli del loto offerti dagli indigeni e dimentichi di tutto vorrebbero restare. A stento Ulisse li fa imbarcare e ripreso il viaggio per mare. giunge nella terra dei Ciclopi , localizzata sin dall'antichità presso l'Etna.. Vicino alla costa c'è un'isoletta boscosa, abitata solo da capre. Attraccano nel porto ben protetto dai venti. Durante la notte “una densa caligine stava intorno alle navi”. Il giorno seguente scendono nell'isola e vanno a caccia di capre.

L'isoletta potrebbe essere l'Isola Lachea o di Aci, la più grande dei cosiddetti “Scogli dei Ciclopi” di Acitrezza, e “la densa caligine” può indicare le nere ceneri spesso vomitate dall'Etna. Il porticciolo può ben essere l'altro “Porto di Ulisse ”, oggi Ognina. Dopo il famoso episodio di Polifemo e la fuga per mare, l'eroe giunge all'Isola Eolia , identificata con Stromboli, Vulcano o Lipari, cioè una delle isole chiamate appunto Eolie. Da questa passano nel paese dei Lestrigoni , antropofagi, identificato probabilmente con la piana di Catania. Scampato ai Lestrigoni, con una sola nave Ulisse giunge all'isola Eea, dimora di Circe, figlia del Sole e di Persa, generata da Oceano, identificata col Promontorio Circeo (Eneide VII, 10ss.), nel Lazio, considerato dagli antichi come un'isola. Passato un anno riparte e dopo esser approdato nel misterioso paese dei Cimmeri, scende negli Inferi , nel regno di Plutone. Gli inferi sono localizzati a Cuma presso il lago Averno, nelle cui vicine cavità sotterranee vivevano i Cimmeri. Nell'Ade l'indovino Tiresia lo informa dei suoi casi futuri e come evitare i pericoli. “Tutti del mar vinti i perigli”, egli vaticina “approderai col ben formato legno alla verde Trinacria Isola, in cui pascon del Sol, che tutto vede ed ode, i nitidi montoni e i buoi lucenti….”. Lo ammonisce a non toccare i sacri buoi pena gravi sciagure. Ritornato da Circe, l'eroe riceve da costei conferma delle predizioni e ammonimenti di Tiresia.. Dopo aver superato le insidie delle Sirene e di Scilla e Cariddi, la maga gli predice, “Allor incontro ti verrai le belle spiaggie della Trinacria isola, dove pasce il gregge del Sol, pasce l'armento:….se giovenca molestate od agna, sterminio a te predico, e al legno e a' tuoi.”. La triste predizione purtroppo si avvera. Infatti l'eroe riparte, vince prima il pericolo delle Sirene , la cui isola si è cercata nella penisola Sorrentina e le loro tombe in Campania; quella della Sirena Partenope nel sito della futura Napoli, la città Partenopea. Altri però, meno verosimilmente, fissano la loro sede vicino allo stretto di Messina, all'Etna, Catania, Capo Posidonio. Ulisse oltrepassa.quindi Scilla e Cariddi , indicate nello stretto di Messina, e subito gli appare l'Isola del Sole. Ulisse vorrebbe evitarla, ma i suoi compagni vogliono approdare per non incorrere, specie di notte, nelle tempeste e nei disastrosi venti. : “Or chi fuggir potrà l'ultimo danno” dice Euriloco, “dove repente un procelloso fiato di Mezzodì ci assalga, o di Ponente, che, de' Numi anco ad onta il legno sperda?”.

Importante questo riferimento ai venti di Mezzogiorno e di Ponente che sono proprio quelli che dominano nel nostro versante e causano spesso violente tempeste. Nel versante ionico invece domina il levante e lo scirocco; Le navi dunque avevano superato il Capo Pachino e si trovavano nel nostro litorale!

Ulisse cede e decide di approdare.al calar del sole e “nel porto appo una fonte e lauta cena apparecchiar sul lido”. Rientrati nelle navi, quando erano passati i due terzi della notte, il cielo diventò minaccioso, come spesso capita nel nostro litorale, ma non si scatenò una tempesta. “Declinavan le stelle, quando il cinto di nembi Olimpio Giove destò un gagliardo turbinoso vento, che la terra coverse ed il mar di nubi, e la notte di cielo a piombo cadde. Ma, al sorgere dell'Aurora il cielo si rasserenò, “tirammo a secco il legno ed in cavo speco, dei seggi ornato delle Ninfe, ch'ivi i lor balli tessean, l'introducemmo”.

Ebbene questo porto può ben essere il nostro Porto Ulisse , come confermano il nome e le fonti antiche! La sorgente poteva essere il fiumicello che allora dai pantani sboccava a mare. Invero l'ampia spiaggia sabbiosa di Porto Ulisse è adattissima per tirare a secco le leggere navi omeriche dal basso pescaggio, mentre la vicina costa della Marza era piena di spelonche dove potersi riparare, come scrive il Camilliani nel 1584. E nella zona non mancavano oltre le grotte, fiumi, laghi, sorgenti, boschi, dove avevano dimora le Ninfe della mitologia greca! I Greci si trattengono nella nostra zona per un mese perché i venti non erano favorevoli alla navigazione. E durante questa dimora possiamo collocare la costruzione del tempio e del cenotafio , di cui parla Licofrone!.

“Per un intero mese Austro [vento del Sud] giammai di spirar non restava, e poscia fiato non sorgeva mai, che di Levante od Austro.”.

Questi venti, specie lo Scirocco, gonfiano infatti il nostro mare e durano parecchi giorni, impedendo l'uscita delle barche e dei pescherecci.

Durante questa sosta forzata, i compagni di Ulisse giravano “ dispersi per l'isola, d'augelli e pesci in traccia, con archi ed ami o di qual altra preda lor venisse alle man…”. Viene in mente la suggestiva descrizione del Fazello “Nella città scorre una grandissima sorgente, per cui tutta questa zona del litorale, oggi chiamata Ficallo, coi suoi fiumi, torrenti, laghi, fonti straordinariamente irrigue, offre agli uomini svariati piaceri, soprattutto con la pesca, l'uccellagione e la caccia.”.

Ulisse cerca una “solitaria piaggia, gli Eterni a supplicar se alcuna via mi si mostrasse del ritorno”. E certo l'eroe poté appartarsi in una delle numerose piccole insenature della vicina scogliera della Marza!

I compagni però, spinti dalla fame, rompono il giuramento fatto al loro capo di non toccare i vitelli del Sole e di nascosto, “ del Sol cacciate le più belle vacche di fronte larga e con le corna in alto, che dalla nave non pascean lontane” (vv. 456-58), le arrostiscono al fuoco e se ne cibano.

Le vacche e gli armenti del Sole, considerate sacre come oggi per gli Indù che non se ne cibano, potevano ben essere quelli della razza modicana, come dice il Caruso, ma dovevano pascolare nelle vicine nostre contrade della Marza e S. Maria, perché “dalla nave non pascean lontane”. Una conferma possiamo trovarla nell'etimo da noi proposto del fiume della Cava d'Ispica, Busaitone, dalle parole greche “bous = bue e “aedòn” = canto, muggito. Ma anche la derivazione da Poseidone, proposta da B. Pace, può mettersi in relazione col Dio del Mare, padre di Poliremo e fiero nemico di Ulisse, che lo aveva accecato. Anche il tempio di Apollo Libistino , di cui parla Macrobio, sito nel versante orientale di Porto Ulisse, preesistente allo sbarco dei Libici, come già notava il Cluverio, potè essere eretto per riparare l'offesa fatta a Febo-Apollo, Dio del Sole, dallo stesso Ulisse o dai Greci che, dopo di lui, vennero a colonizzare la nostra Isola. Una relazione, anche se debole, potremmo trovarla ancora con le “ Secche di Circe ”, distanti ca. Km.1,3 da Cirica, cosiddette non sappiamo se per voce popolare o per indicazione di qualche studioso del sette-ottocento; infatti. questo toponimo non si riscontra nelle carte antiche ed è segnato solo nelle carte nautiche. Invero, se sulla base del testo Omerico è da escludere che l'isola Eea di Circe fosse nel nostro territorio, si può tener conto che Circe era figlia del Sole.

Malgrado i lamenti e i rimproveri ai suoi di Ulisse, ignaro ed innocente del misfatto, Giove vendica l'irato Sole. Infatti dopo sei giorni, cessato “il turbinoso vento”, si misero in mare. “Di vista già della Trinacria usciti”, dopo breve tratto, “uno stridulo ponente”, colpisce la nave. Le acque si intenebrarono, un vento impetuoso imperversò, ruppe le funi, le vele e l'albero maestro. La nave, colpita dal fulmine di Giove si inabissa coi compagni e a stento l'eroe si salva legandosi all'albero spezzato. Egli supera incolume ancora una volta Scilla e Cariddi, .e dopo nove giorni in preda ai flutti, viene sbattuto nell'isola di Ogigia , dove è accolto dalla ninfa Calipso . Questa isola si è cercata a Gozo, nell'arcipelago maltese; ma è più probabile l'isola Melena o Nufea nell'Illiria (Albania).

Questa descrizione corrisponde alle condizioni meteorologiche della nostra zona. Il “turbinoso vento” che ostacolava l'uscita in mare, allora come oggi, è lo scirocco; la nave non era molto distante da Porto Ulisse e non aveva ancora girato Capo Pachino, perché viene colpita dal vento di Ponente, dominante nel nostro litorale a sud, mentre il versante ionico ne è riparato. E' poi evidente che l'eroe ritorna indietro spinto dal Ponente, perché non poteva andare controvento lungo il versante meridionale.

ULISSE ED ENEA

Un riferimento alla leggenda dello sbarco di Ulisse nel nostro porto si può rinvenire ancora nell'accenno di Virgilio (3° Eneide, vv. 698-670): “Oltrepassiamo il pingue suolo dello stagnate Eloro, indi rasentiamo gli alti scogli e le rocce prominenti di Pachino….” Enea naviga costeggiando il litorale ionico da nord a sud e, superato il Capo Pachino, passa oltre il Promontorio Odisseo e prosegue per Camarina, Gela, Agrigento fino a Trapani: è in parte lo stesso itinerario fatto all'inverso da Ulisse, come ricorda il suo compagno Achemenide che mostra ad Enea i lidi già percorsi. E invero se riferiamo “gli alti scogli” a Capo Pachino, cioè all'alta punta rocciosa dell'Isola di Capo Passero, allora unita alla terraferma, possiamo ben intendere per “le roccie che si protendeno innanzi” la nostra Punta Castellazzo, dove già ai tempi di Virgilio c'era il castello romano dei tempi di Verre (Cicerone, Verrine lib. V).

TESTI DI MELCHIORRE TRIGILIA
Fonte: IspicaWeb

ISPICA

E' una graziosa cittadina di circa 14.000 abitanti posta nel limite più orientale della provincia, quasi al confine con la provincia di Siracusa La città dista dal mare circa sei km.

Il centro urbano, ricostruito in questo luogo dopo il disastroso terremoto del 1693, è fra i più funzionali e moderni della provincia ed è caratterizzato da bei palazzi, da belle chiese e da vie larghe e diritte.

ll nome di lspica la città lo ebbe quando fu abolito il vecchio nome di Spaccaforno.

TURISMO

La cittadina di Ispica domina il mare da un'altura ed è un'interessante stazione preistorica per i ritrovamenti archeologici. Anche da qui è raggiungibile il Parco archeologico della Forza, a Cava d'Ispica, tramite le cento scale scavate nelle roccia, dove sono visibili tracce degli affreschi del periodo bizantino.

Da vedere la Chiesa Madre, il Palazzo Bruno di Belmonte sito vicino alla piazza centrale (o Palazzo Alfieri secondo un'erronea consuetudine radicata), il Palazzo Bruno di Belmonte in stile liberty - sede del Municipio -, il Monumento ai Caduti e la chiesa di S. Maria Maggiore, il cui sagrato è circoscritto da una singolare cancellata in ferro battuto.

Imboccato corso Garibaldi possiamo invece ammirare la Chiesa dell'Annunziata e il suo ciclo di stucchi di grande importanza.

CAVA D'ISPICA

Cava d'Ispica si snoda lungo una vallata che corre verso il mare per 13 km, scavata nella roccia calcarea. ll termine "cava" è legato alla particolare e suggestiva conformazione del tavolato lbleo, caratterizzato da moltissime gole profonde, talune con pareti a picco.

Cava d'lspica é un luogo molto interessante per lo studio della evoluzione dei primi insediamenti umani: ne restano preziose testimonianze nelle abitazioni del periodo neolitico, greco, bizantino, cristiano e medievale.

Molte sono anche le necropoli sicule e bizantine, e le catacombe cristiane. Questa "città delle caverne" si compone di tre parti: la parte di nord-est, presso il Mulino Cavallo; la parte di sud-est, luogo rupestre dell'antica Spaccaforno (antico nome di Ispica); la parte mediana tra il convento di Santa Alessandra e il vallone di Lavinaro.

Cominciamo la nostra visita a nord, in Contrada Baravitalla, dove si suppone sia esistito un antico villaggio. Interessante è la Necropoli del villaggio con numerose tombe.

Circondata da prati troviamo poi la Grotta dei Santi ("u rutti e Santi') di età cristiano-bizantina.

Visitabile è la Chiesa di San Pancrati (Sammaracati) e nell'area sottostante la Grotta della Signora ("u rutti a signura").

Proseguendo é possibile visitare altre grotte come quella di S. Nicola e di S. Maria, ricche di pitture rupestri bizantineggianti.

Particolarmente curioso è il gruppo di catacombe del V secolo detto Làrderia. Il Parco della Forza, verso il lato sud della cava, è un complesso rupestre molto interessante, arricchito da monumenti quali il Palazzo Marchionale, l'adiacente Chiesa dell'Annunziata e, nel lato est, le rovine di un Castello. In posizione scenografica, esso venne concepito come castello di difesa, poi ampliato e arricchito di merlature.

STORIA

Le origini di Spaccaforno come città sono certamente molto antiche; basti pensare alle grotte della sua stupenda cava e agli insediamenti abitativi del suo territorio, che sono da attribuire ai Siculi, uno dei popoli più antichi della nostra regione.

Il centro abitato era situato nella parte finale della cava, in una posizione facilmente difendibile e in una zona così ricca di acque, da far crescere rapidamente la sua importanza.

Moltissimi sono stati gli abitatori della Cava d'Ispica, dai siculi ai greci, ai romani, ai bizantini, agli arabi, ai normanni così che le abitazioni rupestri adattate di volta in volta ai nuovi usi e alle rinnovate esigenze, che ne hanno alterato spesso in modo irreparabile le tracce storiche, ma conservando in altri casi segni visibilissimi di modi di vivere, di culti ecc., sono divenute uno dei piú preziosi monumenti di storia della nostra terra.

I fatti storici di lspica cominciano, come del resto per quasi tutti gli altri centri della Sicilia, con l'avvento dei Normanni. Ruggero il Normanno, in ricompensa dei servizi ricevuti, dona la città di Spaccaforno a Berengario di Monte Rubro (Monterosso), il quale alla sua morte, rinuncia ai suoi diritti, in favore della regina Eleonora. Dopo alcuni anni di signoria di Gugliemo d'Aragona, fratello del re Pietro II, Spaccaforno viene lascia ta al suo maggiordomo Manfredi Lanza.
Passò quindi a Francesco Prefolio e dopo ai Chiaramonte, fino al 1392, quando dal nuovo re di Sicilia, Martino, la cittá di Spaccaforno e tutta la contea di Modica fu ceduta a Bernardo Cabrera. Ma quando costui per debiti contratti con l'Erario non riusci a pagare, fu costretto a vendere Spaccaforno ad Antonio Caruso, patrizio di Noto, Maestro Razionale del Regno, con tutti i diritti e i privilegi. Da quel momento Spaccaforno si staccó dalla Contea di Modica seguendo altre sorti.

Da Antonio Caruso, la cittá passó al figlio Vincenzo; da costui, che non ebbe eredi, pervenne al fratello Antonello e quindi a sua figlia lsabella Caruso e Moncada, che nel 1493 sposò il conte Francesco Maria Statella, Gran Siniscalco del Regno, barone di Mongiolino e signore di tantissimi altri feudi. Con questo matrimonio gli Statella entrano in possesso di Spaccaforno, che tennero fino al XIX sec., quando fu abolita la feudalità.

Dopo il terremoto del 1693 la cittá fu ricostruita nella vicina spianata, con un impianto urbanistico moderno e arioso, con vie larghe e diritte, con ampie piazze e bellissime chiese. Lentamente le abitazioni della cava furono abbandonate, ma mai in modo definitivo; molte di esse, specie lungo "la Barriera", furono utilizzate come officine, come frantoi per le olive o palmenti, e ancora oggi alcune di esse vengono adibite a depositi, garages o cantine.

ECONOMIA

L'economia di lspica si basa soprattutto sull'agricoltura, con un territorio molto produttivo. Ultimamente si è sviluppata la coltivazione di primizie, come il pomodoro ed ortaggi in genere.

La produzione della carota ha assunto uno sviluppo particolare, e attorno ad essa si sono sviluppate delle industrie collaterali.

Altre industrie sono quelle connesse con la trasformazione dei prodotti agricoli, in modo particolare quelle connesse con la conservazione del pomodoro.



english
Casa Porto Ulisse   Casa Porrello   Photo gallery   Tariffe   Dintorni   Informazioni

Casa Porto Ulisse - Casa Vacanze sul Mare a Porto Ulisse e Ispica - Pietro Ciranda - Via Gandhi, 2 - Ispica
Tel 0932.793710 / 0932.791133 - Cell. 329.9871732 / 334.5270345 - E-mail: ste_ciranda@yahoo.it
Realizzazione: Studio Scivoletto